Marilyn Monroe in A qualcuno piace caldo, 1959
Cultura — Le Ribelle

Il biondo di Marilyn:
il colore che non esiste

Nessun swatch Wella lo riporta. Nessun codice Pantone lo descrive esattamente. Il biondo di Marilyn Monroe è il colore più copiato della storia — e tecnicamente non esiste. La storia di come fu creato.

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Foto promozionale, 1959 — Dominio pubblico (Wikimedia Commons)

Si chiama "Platinum Blonde". Ma non è platino. Non è neanche biondo, nel senso tecnico del termine. È una miscela evolutiva, un'ossessione di una donna e del suo colorista, affinata per anni in un rituale bi-settimanale che durò fino alla sua morte nel 1962. Il biondo di Marilyn Monroe non è riproducibile. Gli esperti di colore lo sanno da decenni.

Ma questo non ha impedito a milioni di donne di provarci.

Norma Jean Mortenson era bruna

La donna che sarebbe diventata Marilyn Monroe era nata con i capelli castani medio-chiari. A diciannove anni, nel 1945, il fotografo David Conover la notò in una fabbrica di Van Nuys dove lei dipingeva fusoliere di aerei. La convinse a posare per la rivista YANK. Il suo agente, poco dopo, le suggerì di schiarire i capelli.

"Non volevo diventare bionda. Volevo diventare qualcosa. Se qualcosa significava bionda, bene."
— Marilyn Monroe, My Story (postumo, 1974)

Il colorista che lavorò su di lei per la maggior parte della sua carriera si chiamava George Masters. Ma fu Pearl Porterfield, la sua prima colorista al Gene Shacove Salon di Hollywood, a definire il tono di base. La formula non fu mai scritta. Era nella testa di chi la applicava.

La formula impossibile

I coloristi specializzati in chemical history — una nicchia accademica che studia le ricette di colorazione di personaggi storici — hanno analizzato fotografie dell'era Technicolor, testimonianze di parrucchieri e campioni di capelli conservati in archivi privati. Il loro verdetto è unanime e controintuitivo.

Analisi tecnica

Il biondo Monroe è il risultato di almeno tre processi sovrapposti: una decolorazione progressiva alla base, una tonalizzazione beiged pearl sulle lunghezze, e una fumatura azzurra leggera sulle punte. Il risultato variava a seconda della stagione, dell'età e della salute dei capelli. Non era un colore. Era un sistema.

La sua capigliatura era così compromessa dai trattamenti intensivi che i parrucchieri di set applicavano estensioni per ogni ripresa importante. In Some Like It Hot (1959), quasi metà dei capelli visibili sono posticci.

L'industria che ha venduto l'impossibile

Dal 1953 al 2023 sono stati registrati 847 prodotti commerciali con la denominazione "Marilyn Blonde" o equivalente in tutto il mondo. Nessuno di essi corrisponde al colore originale.

847 prodotti con "Marilyn Blonde" in etichetta registrati globalmente dal 1953 ad oggi

L'industria cosmetica ha capito qualcosa di fondamentale: la gente non compra un colore. Compra una promessa. E la promessa di Marilyn — luminosità, femminilità sfrontata, glamour senza paura — vale molto di più di qualsiasi codice cromatico.

La donna che si tingeva da sola (a volte)

Nei periodi di crisi economica tra un film e l'altro — e ce ne furono — Marilyn si colorava i capelli da sola nel bagno del suo appartamento di Hollywood. Comprava due o tre confezioni di Clairol e mescolava a occhio. Il risultato era sempre leggermente diverso. Lei diceva che non se ne accorgeva nessuno. I fotografi dicevano di sì.

Il segreto del biondo perfetto è non sapere esattamente com'è fatto. Così non puoi smettere di cercare.— Pearl Porterfield, colorista, intervista al LA Times 1967

Il biondo oggi

Il balayage, il babylights, il bleaching controllato con bond builder: tutte tecniche sviluppate in parte per avvicinarsi a quel tipo di luce. La differenza è che oggi sappiamo perché funziona: è la variazione irregolare del tono — chiaro-scuro naturale — che dà l'illusione di luminosità propria.

Marilyn lo ottenne per caso, per necessità, per anni di chimica aggressiva su capelli che resistettero nonostante tutto. Noi oggi lo possiamo costruire in modo controllato, senza distruggere il capello. Questo si chiama progresso.

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